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GLI ABORIGEI DETTI MALE, NICHOLS RAY, BENJAMIN BRITTEN, LA STRADA PER LA BANCA



In Le Vie dei Canti Bruce Chatwin racconta che il canto, per gli aborigeni, oltre a precedere la creazione stessa di tutte le cose – create, appunto, in quanto cantate! (“Cantare è per te esistere”, Rilke) – rappresenta un lascito, una mappa intima che acquistiamo per diritto di nascita e che misura le distanze, contiene il nostro cammino/destino, rivela chi siamo (perché rivela da dove/chi veniamo). Il canto diventa un elemento geografico e topografico, un segno sulla carta che indica la nostra pista sulla pagina vuota.

Fino a poco tempo fa pensavo che segreto intimo ed esclusivo della musica fosse il mistero del tempo, non solo le questioni sul tempo musicale, ma la musica come forma che il tempo assume intanto che la musica esiste dando notizia concreta del tempo che passa e del nostro invecchiamento.

Per il poco che vale: la misura di tempo che uno strumento impiega per produrre un suono una volta che sia partito il gesto, e che il suono impiega poi per spegnersi, è al centro di una mia passione ossessiva per la liuteria. Mi ha salvato dall’ossessione, riportandola alla dimensione di gioco (non c’è niente di più importante del gioco), il vago odore di estetismo che ciò comporta, il sospetto che l’ossequio per il sarcofago avrebbe dato alla musica non tanto la forza della vita pulsante ma una mera ragione decorativa, un merletto ingiallito e conservato intatto.

Continuo a pensare che le arti che si sviluppano nel tempo, che poi credo siano due, il recitare e il fare musica, siano sostanzialmente due declinazioni di una stessa pulsione, Jean Cocteau dice “Il cinema è la Morte al lavoro sugli attori”. Culmine della mia passione del tempo dell’arte come vetrino da microscopio da cui spiare il tempo della vita, è aver visto “Nick’s Movie” di Wenders e Ray.

Diventeremmo pazzi se pensassimo con profondità, ogni volta, al fatto che dalla prima all’ultima nota di “Nocturnal after John Dowland” di Britten ci siamo avvicinati di un passo al sonno profondo della canzone di Dowland. Però spiega bene due cose, una è la vocazione a perpetrare il fare musica contro ogni ragionevolezza. L’altra è il bisogno di distoglierle lo sguardo, dimenticare il nocciolo della questione e riempirlo con gli accadimenti, circumnavigare (aridanghete!) le cose importanti, alludere ma poi ritirarsi – non sarebbe corta la lista dei musicisti che nello stabilire una base, una casa, hanno cercato, unitamente al bel paesaggio o al bel quartiere, o a una base lavorativa strategica, anche un pub, un bar, una distilleria dove riparare alla fine della giornata di studi.

Tornando agli aborigeni di Chatwin, mi pare seduttivo pensare che per nascita ci venga assegnata una musica, perché questo sposta il punto di vista: un musicista non è più un artista (quando va bene) e un intellettuale alle prese col mistero del tempo, col ridicolo fardello del suo narcisismo e con le bollette, ma un esploratore alle prese con una missione topografica, tanto grande il canto, tanto vasto il territorio. Dalla prima nota all’ultima di Nocturnal si compie un tratto di viaggio che va da A a B.

Tutto ciò che possediamo, tornando a Chatwin, è tutto ciò che esiste nella nostra vita mentre lo accompagna il canto. Terminato il canto si sono raggiuti i confini del proprio territorio – ribaltamento di prospettiva: finché dura il canto dura anche la. In Nick’s Movie il regista sposta i limiti del suo territorio per il desiderio che il canto continui. Aggiunge un altro tratto di strada. In una scena, c’è una proiezione di un suo vecchio film, il regista e la compagna attendono fuori nell’atrio, lei accenna una canzone deliziosa e lui inizia questo dialogo:

- è una canzone delle valli dell'Arkansas?

- è Benjamin Britten.

- non ti ho mai sentito cantarla

- sì

- a un matrimonio o un funerale?

- sulla strada per la banca

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